Storia di una Libreria Mito da PANORAMA

TEMPI MODERNI COSA È SUCCESSO AL PUNTO DI RITROVO DEGLI AMERICANI A ROMA, CHIUSO DOPO 40 ANNI

I clienti: Ezra Pound, Chet Baker, Warwick, Stallone e migliaia di appassionati di letteratura d’oltreoceano. Finché non sono arrivati internet, il caroeuro, la paura di attentati a far abbassare la saracinesca. Ma la famiglia Goldfield. proprietaria, non molla e si reinventa.

di FABRIZIO PALADINI


Q
uando chiude una libreria l’ani­ma è in lutto. Se poi la libreria, come spesso capita, oltre a es­sere un negozio di cultura, è anche un luogo di incontro di idee e parole, un punto di riferimento per una comu­nità, un porto per rifugiarsi dallo tsu­nami di immagini televisive, il dolore è ancora più acuto.

A Roma è successa una cosa strana: nella città che ha superato Milano per numero di libri venduti, dove si leg­ge di più, dove sono state aperte 50 nuove librerie dal 2001, ha invece chiuso una delle botteghe storiche del libro: la libreria americana The eco­nomy book center, che è stata per vent’anni in piazza di Spagna e per altri 20 in via Torino.

E quindi questa è la storia (triste ma fino a un certo punto) di una famiglia speciale che ha gestito questo pez­zetto dì paradiso di parole e che oggi ammette di avere perduto la battaglia contro la modernità. E la modernità ha tre sottonomi: il terrorismo e la fol­lia dell’11 settembre, il rapporto eu­ro-dollaro, lo strapotere di internet.

Max Goldfield era uno con non tut­te le rotelle a posto. Figlio di immigra­ti polacchi, nasce a New York e sposa Edna. Un giorno la sua azienda lo man­da in Arizona a vendere prodotti da porta a porta. Max ci sa fare ma capi­sce anche che quel mestiere fatto pu­re di furbizie, di piccoli raggiri, di im­boniture a buon mercato non fa per lui. Max sogna, e soprattutto ha il pepe addosso. Nei primi anni 60 prende Edna, il piccolo Paul e la piccolissima Barbara e se li porta nella terra pro­messa, Israele. La vita del kibbutz sembra il massimo per un socialismo dal volto a stelle e strisce.

«Ma quella vita era un inferno» rac­conta Barbara. «Noi bambini dormi­vamo separati dai genitori. Io vedevo mamma e papà solo a pranzo e cena. Sembrava peggio di una caserma e i grandi lavoravano come schiavi. Il giorno a spalare sabbia e la sera a in­naffiare il deserto».

I Goldfield si riuniscono e tre con­tro uno decidono che la vita del kib­butz non va bene. Tornano in Ameri­ca, a San Francisco, perché Max ri­media un incarico a Berkeley. Edna lavora in una libreria. Max, però, do­po un po si scoccia perfino della San Francisco dove già prospera la beat generation delle migliori menti. Si torna tutti in Europa, si affitta una macchina e via verso la Turchia, l’I­ran, l’Afghanistan. Una specie di viaggio di fricchettoni ante litteram. Tappa finale Roma. Qui i Goldfield decidono che ci si può fermare ed Ed­na rispolvera la libreria,

Edna: «Era il 1966 e Max trovò i lo­cali in piazza di Spagna, proprio ac­canto all’American Express. Il primo incontro con la burocrazia romana fu devastante: aspettammo 11 mesi per avere la licenza. Ogni volta ci dice­vano: la prossima settimana…».

La libreria funzionava?

Edna: «Oh, sì. A Roma in quegli anni c’erano tanti americani e tantis­simi turisti. Un giorno entrano un vecchietto insieme con un nostro amico irlandese, un poeta famoso che si chiama Desmond O’Grady. “Edna, posso presentarti Mr Ezra Pound?”. Io me lo guardai contenta. Poi veni­va sempre Lee Strasberg con tutta la famiglia. Più recentemente Susan Sontag».

Paul: «Ehi mamma, guarda che ve­nivano anche artisti più moderni: Chet Baker, Steve Lacy, Dionne Warwick.
Sylvester Stallone cercava sempre dvd, li prendeva in affitto e poi li restituiva. Ehi ma, ti ricordi quando venne O.J. Simpson? ».

Edna: «Io non lo avevo riconosciu­to, ma tutti i turisti americani lo vi­dero e mi dissero: Accidenti, O.J. Simpson nel suo negozio, possiamo chiedergli lautografo?’
Paul già sognava di diventare mu­sicista jazz mentre Barbara faceva la ballerina. E fu proprio al Sistina, dove ballava in Applause con Rossella Falk, che conobbe Federico di cui si innamorò. La libreria di piazza di Spagna va bene, i Goldfield trovano casa in affitto in via dei Coronari, ma un brutto giorno del ‘69 il cuore del vecchio leone e sognatore Max si fer­ma del tutto. Edna prende in mano la situazione e coinvolge gradual­mente i figli. Nel frattempo la libre­ria è un punto di riferimento per la comunità americana nella capitale e anche per quella di passaggio, oltre che per i romani che cercano testi in inglese.

Barbara: «Si vendeva tutto e bene, Il titolo al top? Il Collin’s, il piccolo di­zionario di inglese. Poi, nei Settanta, Graham Greene, Bertrand Russell, Levi Strauss, Ovidio, Machiavelli».

E ultimamente cosa si vendeva?

«Le cose orribili tutte uguali, tipo Grisham, Clancy, Dan Brown».

Se qualcuno voleva un consiglio?

«Beh, io gli chiedevo che gusti ave­va e quello mi rispondeva: mi piace Harmony e allora io gli suggerivo Or­goglio e pregiudizio di Jane Austen. “Lo prenda, è una bella storia d’amo­re”, e lo convincevo. Poi spingevo Ro­bertson Davies, un canadese straor­dinario, o Pat Baker con il suo Rige­nerazione, sulla Prima guerra mon­diale. Funzionavano sempre i classi­ci come Ernest Hemingway e Truman Capote ».

E la poesia?

Paul: «La poesia aveva un anda­mento certo: mai tanti libri ma una vendita costante, rassicurante direi. I Sonetti di Shakespeare in te­sta seguiti da John Donne, Byron, Shelley e anche Dante, ovvio».

Com’è finita questa storia?

Barbara: «Ho capito che avremmo chiuso il 12 settembre 2001. Ci era­vamo già trasferiti in via Torino, die­tro il teatro dell’Opera, da 17 anni e già le cose andavano così così. Ma l’11 settembre, dopo il botto, è parti­ta l’onda e ci ha sommerso».

Ha mai pensato che il vostro nego­zio potesse essere un obiettivo?

«Sì, ci sono stati momenti brutti. Avevo anche fatto un’assicurazione per paura delle bombe».

Ma Roma le ha mai manifestato ostilità per il solo fatto di essere Americani?

«No, mai. Organizzavamo molti in­contri in libreria e venivano un sacco di italiani per il gusto di parlare in­glese e su temi di attualità. Ma noi eravamo contrari alla guerra in Iraq».

Un covo di democratici?

«Beh, sì. Siamo sempre stati demo­cratici, ma americani prima di tutto’».

Allora l’11 settembre cosa è stato?

Edna: «È stato la fine di un flusso turistico certo ed è stato il ridimen­sionamento della comunità america­na a Roma»’.

Poi anche l’euro e Internet…

Barbara: «Un euro contro un dolla­ro sarebbe stato già pesante ma un euro contro 1,3 dollari era impossibi­le. I funzionari americani a Roma, pa­gati in dollari, abituati a fare i ricchi, si sono improvvisamente scoperti po­veri. Venivano da noi e acquistavano 20, 30 libri alla volta. Negli ultimi me­si ne compravano tre, quattro. I soldi non bastavano più».

E Internet?

Paul: «Internet è il mondo che dobbiamo accettare. Noi avevamo in catalogo qualche migliaio di libri, chi apre internet ne trova centinaia di migliaia, spinge un bottone, mette il numero della sua carta di credito e gli arriva a casa quello che vuole. Non è un bene, non è un male. È co­sì e basta».

I grandi supermarket del libro vi hanno danneggiato?

Barbara: «Ma certo. Posti come Fel­trinelli ci hanno ammazzato, lì ci so­no libri in inglese, giornali in inglese, film in inglese. Come si fa a reggere la concorrenza? Pensi che dopo che avevamo chiuso la Feltrinelli mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo andare a lavorare per loro».

E lei ci andrà?

«Nemmeno morta. Io aprirò con mio marito una attività di turismo enoga­stronomico in Campania e così passe­remo dal pane e cultura al pane e salame. Ma è cultura an­che quella».

Qual era la situazione economica del vostro negozio?

Barbara: «I primi 30 anni le cose andavano bene. Non ci siamo mai arricchiti ma si stava be­ne, una bella casa in af­fitto in via dei Coronari, un appartamento com­prato dietro viale Marconi. Poi sono comincia­ti i guai e gli ultimi anni, dopo l’11 settembre, il declino è stato inarre­stabile. Perdevamo 5 mila euro al mese. Si è innescato un meccanismo di morte: meno soldi, meno investi­menti, meno libri comprati da met­tere sugli scaffali, meno libri vendu­ti al pubblico, più debiti, meno per­sonale e così via, fino al bel funera­le che stiamo raccontando».

Quali mode editoriali avete visto passare nel vostro negozio?

Edna: «Negli anni 70 a Roma c’e­rano un sacco di preti americani e si vendeva tantissima filosofia, teologia, storia. Poi c’è stato il momento del­l’How To».

Sarebbe?

«How To», vuoi dire come si impara a fare una cosa, come passare un esa­me da manager, come gestire una azienda di 20 dipendenti… Poi c’è sta­to il boom dell’informatica».

Perché vi siete fermati a Roma?

Barbara: «Perche Roma è in mezzo all’Europa. Qui hai la sensazione di stare dentro il mondo e non alla sua periferia».
Paul: «Papà percepi­va a Roma questa pia­cevole pesantezza del­la storia che in America non c’è. Lì tutto è leg­gero, un po’ superficia­le forse. Lì le cose si sfa­sciano e si ricostruisco­no con facilità. Qui il passato vive e quindi è il presente: questo ci è piaciuto».

I Goldfield, bella famiglia. Max è in pace a Prima Porta. Certo, per lui si potrebbe trovare un posto nel ci­mitero degli artisti a Testaccio, ci starebbe proprio bene anche per av­vicinarlo ai suoi. Paul ha ripreso a comporre musica jazz, colonne so­nore. Barbara sogna il turismo colto del caciocavallo e della Falanghina, Edna è sicura e alla domanda: se do­vesse aprire una nuova attività com­merciale a Roma cosa sceglierebbe? lei risponde con la sua voce acuta:

«A bookshop». Beata gioventù.